Una porta discreta, una luce calda, clienti in giacca e cravatta appena usciti dall'ufficio. I bicchieri si riempivano velocemente e, poco a poco, i sorrisi diventavano più aperti.
Osservavo con discrezione, conun piccolo bicchiere di sakè fruttato in mano. Guardavo questa decompressione millimetrica, questo rilassarsi autorizzato, ritualizzato.
Uscita dal bar, sono rimasta un momento all'esterno, sotto un'insegna luminosa che frusciava dolcemente. Ho pensato che ci fosse qualcosa di profondamente bello nel modo in cui Tokyo organizza la sua quotidianità, ma anche qualcosa di soffocante: una pressione sociale invisibile ma costante.
Ho pensato sopratutto a Natsuo Kirino nel suo libro Le quattro casalinghe di Tokyo che racconta proprio queste fratture invisibili, questa tensione latente.
Le quattro casalinghe di Tokyo mi ha accompagnata come un contrappunto necessario, una verità più ruvida ma indispensabile per capire la complessità del Giappone contemporaneo.