Tokyo : Mille volti, mille silenzi

20.07.2026
Famille japonaises habillée en kimono à Tokyo - Japon.

Ho amato Tokyo fin dal primo momento. 

Un intreccio di mondi, epoche e strati sovrapposti senza una logica apparente. L'ho vissuta a passo lento, soprattutto nei quartieri di Asakusa e Ueno, tra vicoli fiancheggiati da piccole case in legno e botteghe antiche. Lì, l'odore del caffè aleggia tra le facciate basse delle case dove i gatti dormono sui davanzali.

Poi arrivano gli altri volti della citta': quartieri ultramoderni come Shibuya (il cui celebre incrocio è attraversato ogni giorno da piu' di centomila persone in cinque direzioni), dove l'architettura si slancia e la tecnologia è ovunque. Qui tutto è codificato, efficiente, regolato al secondo.

Una mattina, in un centro commerciale, stavo aspettando alla cassa. All'improvviso, gli impiegati hanno chiesto con calma ai clienti di svuotare i cestini e di metterli sulla testa : una procedura normale, mi hanno spiegato, in caso di terremoto. Nessuno ha avuto paura. Al contrario, tutti hanno obbedito meccanicamente.

Questo episodio, banale e, al tempo stesso, rivelatore, risuona con il tema della resilienza silenziosa presente in Murakami, Yoshimoto ou Kawaguchi. Un momento profondamente giapponese, un modo di integrare la catastrofe nella vita quotidiana senza subirla, in cui persino la paura è incanalata, regolata e affrontata.

Eppure, nel cuore di questa città immensa, il sacro affiora senza imporsi. Passeggiando tra Shibuya e Harajuku – quartieri dove si incrociano ragazzi dai capelli rosa, schermi giganti e vetrine sature di suoni e immagini – scopro il Meiji Jungu, un santuario shinto nascosto in un' oasi di verde.

Entre e all'improvviso il silenzio.

Tutto invita a raccogliersi, a fermarsi un attimo prima di rituffarsi nel flusso urbano. È una sorta di spazio di transizione spirituale, aperto a tutti, senza dogmi né rumore. In questi luoghi, spiritualità e superstizione convivono senza contraddirsi: si appendono ema (placche votive) ai rami per esprimere desideri, si estrae un piccolo foglio per conoscere la propria fortuna, ci si purifica le mani con l'acqua limpida di una vasca.

Come in Kafka sulla spiaggia per esempio, dove l'aldilà affiora, dove i confini sono sfumati tra vivi e morti, tra il reale e ciò che si percepisce senza riuscire a nominarlo. È forse questa la sensazione che ho provato con maggiore intensità durante il mio viaggio.

Café japonais à Tokyo - Japon

Un'altra parentesi di pura zenitudine nel cuore tentacolare di Tokyo è stata il Neko Café de Shinjuku (Cat Café Mocha)

Un pomeriggio, un po' stanca della folla e del rumore, sono entrata in un bar di gatti ; come quando si entra in un santuario, mi sono tolta le scarpe, mi sono lavata le mani e ho rallentato il ritmo. 

I gatti dormivano su cuscini, si arrampicavano sugli scaffali, si avvicinavano solo se lo meritavi. In questo luogo sospeso, tra l'esterno iperconnesso e questi abitanti a quattro zampe completamente fuori rete, c'era una forma di pace.

Mi ha ricordato Un gatto per i giorni difficiliquel piccolo romanzo delicato in cui i gatti diventano compagni di cura, ponti silenziosi tra solitudine e conforto.

E poi c'è stato quel venerdì sera, in un bar di sakè ad Asakusa.

Rue de Tokyo - Japon

Una porta discreta, una luce calda, clienti in giacca e cravatta appena usciti dall'ufficio. I bicchieri si riempivano velocemente e, poco a poco, i sorrisi diventavano più aperti.

Osservavo con discrezione, conun piccolo bicchiere di sakè fruttato in mano. Guardavo questa decompressione millimetrica, questo rilassarsi autorizzato, ritualizzato.

Uscita dal bar, sono rimasta un momento all'esterno, sotto un'insegna luminosa che frusciava dolcemente.  Ho pensato che ci fosse qualcosa di profondamente bello nel modo in cui Tokyo organizza la sua quotidianità, ma anche qualcosa di soffocante: una pressione sociale invisibile ma costante.

Ho pensato sopratutto a Natsuo Kirino nel suo libro Le quattro casalinghe di Tokyo  che racconta proprio queste fratture invisibili, questa tensione latente. 

Le quattro casalinghe di Tokyo mi ha accompagnata come un contrappunto necessario, una verità più ruvida ma indispensabile per capire la complessità del Giappone contemporaneo.

E questo racconto su Tokyo non poteva non includere il cibo. Fa parte del paesaggio, delle emozioni, dei ricordi più profondi.

Una sera, tornando al mio ryokan (locanda tradizionale) attraverso le stradine tranquille di Asakusa, ho scoperto per caso un piccolo ristorante che non compariva in nessuna guida: Asakusa Gyukatsu

Davanti, una lunga fila di abitanti del quartiere e di alcuni turisti sudcoreani aspettava con calma. È sempre un buon segno : quando la gente del luogo aspetta con questa tranquillità, so che ne varra' la pena!

Così ho aspettato anch'io – trenta minuti di curiosità.

Restaurant de gyozas à Tokyo - Japon

All'interno, la sala era minuscola.

Un bancone di legno, qualche sgabello e lo chef che cucinava a vista; un vero balletto di mani e di vapore.

Mi hanno consegnato un foglio che spiegava il rituale del katsu: cuocere da soli le costelette di maiale impanato su una pietra rovente, scegliere le salse, assaporare seguendo un ordine preciso.

Era come una cerimonia, ma gioiosa.

Plat typique japonais dans un restaurant à Tokyo - Japon

Ho mangiato lentamente, in silenzio, circondata da sconosciuti felici.

E ho pensato a Banana Yoshimoto, alle sue eroine che cucinano per sopravvivere, ai suoi racconti in cui il pasto diventa una cura, un modo delicato di restare vivi quando non si sa più bene come fare.

Quella sera ero sazia e non solo per il cibo ma per l'atmosfera che avevo vissuto.

Dopo quattro giorni, Tokyo mi ha lasciata come mi aveva accolta: un po' spaesata, un po' affascinata, ma soprattutto colma di silenzi da apprezzare. Tokyo non si concede. Si svela a strati.

Carnet de voyages

Après plusieurs semaines de voyage, j'ai terminé mon itinéraire par deux destinations très différentes : Kobe, célèbre port ouvert sur le monde et Hakone, havre de nature et d'onsen (bain d'eau thermale) blottis dans la montagne.

Share