Kobe - Hakone : Gli ultimi sguardi sul Giappone
Dopo diverse settimane di viaggio, ho concluso il mio itinerario con due destinazioni molto diverse tra loro : Kobe, celebre porto aperto sul mondo, e Hakone, rifugio immerso nella natura e negli onsen, i tradizionali bagni termali, situato fra le montagne.
Avevo soltanto una giornata da trascorrere a Kobe, porto emblematico del Paese e città conosciuta in tutto il mondo per la sua carne pregiata, considerata a quanto pare une delle tre migliori al mondo.
Ho camminato molto, ma non ho percepito un'atmosfera particolarmente calorosa. C'era qualcosa di distante, quasi malinconico. Forse perché Kobe porta dentro di sé ferite profonde : bombardata con il napalm nel 1945, fu poi devastata da un violento terremoto nel 1995. Ho avuto l'impressione che la città stesse ancora cercando di ritrovare il proprio respiro.
Eppure i porti mi hanno sempre affascinato: sono nata in una città di porto anche io, a Livorno. A Kobe, però, ho ritrovato piuttosto qualcosa della stessa sensazione provata a Hiroshima : una bellezza fragile, che fatica a rivelarsi.
Per fortuna, un quartiere mi é piaciuto molto : Nankinmachi, la Chinatown di Kobe, colorata, animata, quasi teatrale, degna dei quartieri pieni di vita descritti ne La gente delle strada dei sogni. Poi, per caso, mi sono imbattuta nell'ufficio di OCHA, l'ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari. Mi é sembrata una coincidenza curiosa, come se il mio lavoro mi avesse seguita fin lì.
E, naturalmente, ho rispettato la tradizione locale : un wagyu burger da Wanto Burger. Un prezzo ragionevole per "the best meet ever". Impossibile lasciare Kobe senza avere assaggiato questa carne.
Dopo Kobe, il cambiamento di atmosfera è stato totale. Sono salita verso Hakone, utima tappa del viaggio, avvolta da una serenità immediatamente percepibile appena scesa dal treno.

Ho trascorso la giornata camminando, percorrendo più di venti chilometri tra andata e ritorno fino al lago Ashi. Quando il cileo è limpido, da lì si può ammirare la maestosa sagoma del monte Fuji. Quel giorno il tempo non è stato dalla mia parte, ma la camminata ne é valsa comunque la pena : splendide foreste e piccoli sentieri che mi hanno ricordato Libro d'ombra ed il modo in cui si celebra la penombra, i luoghi che sembrani respirare diversamente.

Un cartello che segnalava la presenza di orsi aggiungeva un tocco irreale, quasi murakamiano. Lungo il cammino, mi sono fermata a riposare in una piccola casa da té: una pause inattesa, semplice e perfetta.

Tornata al villaggio, ho concluso la giornata in un onsen. Ne he scelto uno piccolo, discreto e sopratutto tollerante, perché ho due tatuaggi, cosa che in Giappone rappresenta ancora spesso un problema, dato che i tatuaggi sono associati agli yakuza, una sorta di mafia giapponese.
Il mondo degli onsen é fortemente ritualizzato : ci si immerge completamente nudi, ci si lava con cura prima di entrare nella vasca e si tiene l'asciugamano fuori. Un contesto quasi sacro, che richiama tutte quelle letture in cui si percepisce l'importanza del gesto, del rituale e del "non detto".
In ogni caso, quel bagno caldo, dopo la lunga camminata nel cuore delle montagne, é stato un autentico momento di rinascita.

Alla fine, dal lago Ashi non sono riuscita a vedere il monte Fuji.
Ma il Giappone possiede questo strano talento per sorprendere sempre : ho intravisto la sua cima innevata, illuminata dal sole, dal finestrino dell'aereo, appena dopo aver decollato.
Come un ultimo regalo, un'ultima immagine con cui chiudere questo capitolo.
