Vi sono entrata pensando di conoscere già la storia. Ma le immagini, gli oggetti carbonizzati, le testimonianze, i volti… tutto mi ha scosso. Mi sono sentita molto piccola, molto triste. È stato uno choc fisico, quasi viscerale. All'interno del museo ho letto queste parole: «No more Hiroshima».
Eppure… altrove, ancora oggi, le bombe cadono sui civili, i bambini muoiono, le case scompaiono. Come a Gaza, dove le immagini non sono poi così diverse nell'orrore che raccontano. I nomi cambiano, i volti cambiano, ma il dolore resta lo stesso. Si ripete che questo non dovrebbe mai più accadere… eppure continua ad accadere.
Lavorando nell'ambito umanitario, porto già queste storie con me. Ma qui mi hanno colpita in modo diverso. Perché il museo non parla solo di un evento passato: parla di ciò di cui l'umanità è stata capace di fare – e di ciò che è capace di rifare.