Hiroshima-Miyajima : L'ombra e il mare

19.11.2022

Dopo Kyoto, ho proseguito verso sud, verso Hiroshima

La città oggi è pulita, moderna, tranquilla. Nulla lascia intuire, a un primo sguardo, l'entità di ciò che è accaduto qui. Eppure, l'ombra è presente, concentrata in un luogo preciso – per ricordare senza deviazioni, senza eccessi, ma senza risparmiare: il Museo della bomba atomica.

Musée de la bombe atomique à Hiroshima - Japon

Vi sono entrata pensando di conoscere già la storia. Ma le immagini, gli oggetti carbonizzati, le testimonianze, i volti… tutto mi ha scosso. Mi sono sentita molto piccola, molto triste. È stato uno choc fisico, quasi viscerale. All'interno del museo ho letto queste parole: «No more Hiroshima».

Eppure… altrove, ancora oggi, le bombe cadono sui civili, i bambini muoiono, le case scompaiono. Come a Gaza, dove le immagini non sono poi così diverse nell'orrore che raccontano. I nomi cambiano, i volti cambiano, ma il dolore resta lo stesso. Si ripete che questo non dovrebbe mai più accadere… eppure continua ad accadere. 

Lavorando nell'ambito umanitario, porto già queste storie con me. Ma qui mi hanno colpita in modo diverso. Perché il museo non parla solo di un evento passato: parla di ciò di cui l'umanità è stata capace di fare – e di ciò che è capace di rifare. 


Uscendo dal museo, mi sono ripromessa di leggere La Pioggia nera di Masuji Ibuse. Avevo sentito spesso parlare di auesto romanzo, senza pero' trovare il tempo di leggerlo. Dopo questa visita, ho avuto la sensazione che siano luoghi che chiedono di essere compresi una seconda volta, attraverso le parole di chi li ha vissuti.

Dopo ho camminato per le strade ampie e nuove della città, ma vedevo poco. Tutto mi sembrava freddo, grigio, desolato. 

Forse ero io. O forse era la città che mantiene questa distanza per necessità. O entrambe le cose.

Un temple japonais sur Île de Miyajima - Japon
Une biche sur Île de Miyajima - Japon

Il giorno dopo sono partita in traghetto verso l'isola di MiyajimaLa traversata mi ha fatto bene. 

E uno dei primi incontri che ho fatto, all'arrivo, è stato con una cerbiatta. Si avvicinava ai passanti con dolcezza, senza paura. Mi ha lasciata accarezzarla.

Ho lasciato la strada principale, fiancheggiata da negozi e ristoranti, e mi sono inoltrata nella foresta. 

Un'escursione tranquilla, in salita, verso un tempio in cima. Il mare, gli alberi, gli animali, l'aria… tutto era perfettamente al suo posto. Nulla da riparare, nulla da spiegare.

Poi, scendendo, ho incontrato un piccolo stagno pieno di carpe. Il Giappone riflesso in uno specchio d'acqua. Un simbolo semplice ma potente. Le carpe nuotavano lente, pazienti, colorate. E io mi sentivo un po' più rigenerata.

Miyajima mi ha rivelato un altro volto del Giappone. Come se, dopo aver osservato l'umanità nella sua espressione più oscura, l'isola mi ricordasse che esistono luoghi in cui il silenzio sa lenire, senza cancellare la memoria.

Carnet de voyage

Da Takamatsu ho proseguito verso Mima, una piccola città isolata nel cuore delle montagne di Shikoku. Per arrivarci ho dovuto prendere tre treni locali. A metà strada mi sono fermata in una stazione minuscola, che sembrava più una casa abbandonata che una vera fermata. Mi sono chiesta se fosse ancora in funzione. Eppure il treno è arrivato all'ora...

Share